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Marillina Fortuna si inserisce pienamente nella prospettiva generale sopra indicata, e soprattutto può essere classificata nel secondo filone. I suoi lavori, infatti, sono per lo più assemblaggi di scarti abbandonati, rifiuti provenienti da luoghi diversi che il mare riporta a riva, ma sono riproposti per creare, quasi come paradosso e ironia sulla loro sorte, forme alle quali per tradizione attribuiamo valore estetico. E questo sia dal punto di vista oggettivo (la loro natura), perché sono riuniti a costituire oggetti naturali “belli” (ad esempio le due serie più cospicue: pesci o fiori); sia da quello soggettivo, perché le composizioni assomigliano molto a veri e propri “quadri” (nature morte, in ispecie) grazie all’uso della tecnica del collage (il cosiddetto “collage largo”, di origine cubista e poi dadaista), che raduna i “pezzi di mondo” su supporti planari. L’ironia, forse, risiede soprattutto in questo. Per suo stesso statuto, infatti, la “spazzatura” è costituita da elementi negativi, che portano, sì, memoria della loro funzione d’origine, ma testimoniano anche di una perdita di significato e di una degenerazione. L’opera finale, invece, risulta gradevole, quasi decorativa, e si allinea senza troppa deviazione agli oggetti artistici della tradizione. Ciò che era, come si è detto, negativo si “traduce” insomma in qualcosa che nel senso comune è positivo e familiare. Il paradosso, tuttavia, resta intatto, anche perché l’osservazione delle opere di Marillina Fortuna produce due tipi di messaggio concomitante. Viste da lontano, fanno prevalere il senso della superficie, dato che i lavori paiono quasi “dipinti”. Man mano che ci si avvicina, invece, il rilievo diventa prevalente, e si mette in atto sempre di più il riconoscimento del prototipo di provenienza delle parti.
La serie dei pesci è quella che colpisce di più lo spettatore. Anche perché l’artista – pur senza modificare con suoi interventi manuali la forma del reperto – seleziona gli elementi adatti a costituire la nuova configurazione formale, e certamente orienta la scelta delle componenti geometriche e di quelle cromatiche. Così, “ciò che non ha più senso” (lo scarto) può ritrovarne uno nuovo grazie al sistema percettivo delle combinazioni. I pesci di Marillina Fortuna sembrano infatti quasi inventati da un designer o da un pittore della pop art, con quel loro deciso contrappunto di tinte primarie e la regolarizzazione della figura d’arrivo.
Si potrebbe infine svolgere qualche considerazione di natura “filosofica” (nel senso lato del termine, per carità) sul contenuto di questo lavoro. A mio avviso, esso dà espressione a una specie di idea dell’”eterno ritorno”. Se si considera che le parti di oggetti riutilizzati hanno una provenienza domestica (furono per lo più oggetti di consumo individuale), e che, per la loro potenziale destinazione ideale (una casa borghese), finiranno probabilmente col ritornarvi, si può effettivamente dire che quel che viene buttato ha la possibilità di ri-accedere al proprio ambiente di partenza, e di tornare – da “vecchio” che era stato valutato – completamente “nuovo”. Parafrasando Lavoisier, in conclusione, queste opere dimostrano che nella cultura, come in natura, “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”.
Omar Calabrese |
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Marillina Fortuna fits right into the general perspective indicated above, in particular with the second line. Her works, as a matter of fact, are generally assemblages of abandoned junk, scrap material having been brought onto the shore by the sea from different places, but they are reproposed to create, almost like a paradox and an irony of their own destiny, shapes to which we have attributed, by tradition, a certain aesthetic value. And this is from an objective point of view (their nature), as they are reunited to constitute, once again, a natural, “beautiful” object (for example the two most remarkable series: fish and flowers); as well as from a subjective point of view, as the composition recalls real paintings (still life) thanks to the use of the techniques applied when making a collage (the so-called “big collage”, originally cubist and later Dadaist), which gathers “bits and pieces of the world” on a flat base.
The irony, dwells, above anything else, in this. For its own statute of autonomy, as a matter of fact, “rubbish” is made up of negative elements, which recalls, yes, their original function but is at the same time an evidence of a lack of purpose and decline. The final result, on the other hand, turns out pleasant, almost decorative, and aligns without too much deviation from traditionally used artistic objects. What was, as you say, negative is “translated”, in short, into something which in the common sense is positive and familiar. The paradox, however, remains complete, also because the observation of Marillina Fortuna’s works produces two kinds of messages concomitant. Seen from a distance, they give a dominating sense of the surface, since they appear “painted”. But, little by little, as you get closer, the relief becomes dominating, and you start recognizing the prototype of origin of the different parts. The series of fish is the one which strikes its viewer the most. Also because the artist, not only without modifying the original shape of her finds through her manual work- but selects the elements which are suited to constitute her new formal configuration, and surely guide her choice of geometric components and of those chromatic. In this way, “what no longer has a sense” (junk) can find a new one thanks to the perceptive system of the combination. Marillina Fortuna’s fish actually look like they have been invented by a designer or an artist of the school of Pop art, with their definite contrasts of primary colours and the regularity of the figure to come. One could, to finish off, develop a few considerations of “philosophic” nature (in a broad sense, for heavens) on the subject of this work. If you ask me, expresses in some ways the idea of an “eternal cycle”. If you consider that the parts of the recycled objects originates from a domestic set up (they have usually been objects for individual consumption), and for their potential the ideal destination (a middle-class home), they’ll probably end up returning to you. You can, in fact say that what gets thrown away might just return to its “starting-point”, and come back- as old and evaluated- completely “new”. Quoting Lavoisier, in conclusion, this work demonstrates that in our culture, just like by nature “nothing is created and nothing gets ruined, but everything transforms”.
Omar Calabrese |